Alinari Storia D'Italia
Università IULM Fratelli Alinari Università degli studi di Milano con il contributo di
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  • Giuseppe Garibaldi

    Giuseppe Garibaldi

  • Dipinto raffigurante una manifestazione in onore di Carlo Alberto di Savoia, avvenuta in piazza Castello a Torino; opera conservata nel Museo nazionale del Risorgimento italiano, a Torino.

    Dipinto raffigurante una manifestazione in onore di Carlo Alberto di Savoia, avvenuta in piazza Castello a Torino; opera conservata nel Museo nazionale del Risorgimento italiano, a Torino.

  • L'occupazione della Tripolitania da parte degli italiani: il 29 settembre 1911 le armate italiane sbarcano a Tripoli e occupano il paese

    L'occupazione della Tripolitania da parte degli italiani: il 29 settembre 1911 le armate italiane sbarcano a Tripoli e occupano il paese

  • Il generale Cadorna passa in rivista una delle compagnie del Reggimento Fanteria

    Il generale Cadorna passa in rivista una delle compagnie del Reggimento Fanteria

  • La folla percorre le vie di Fiume, inneggiando all'Italia, durante l'occupazione della città da parte dei legionari italiani, capeggiati da Gabriele D'Annunzio

    La folla percorre le vie di Fiume, inneggiando all'Italia, durante l'occupazione della città da parte dei legionari italiani, capeggiati da Gabriele D'Annunzio

  • Balilla di quarta elementare, eseguono il saluto fascista

    Balilla di quarta elementare, eseguono il saluto fascista

  • Gruppo di militari italiani in partenza da Gomel per la Madre Patria a conclusione della campagna di Russia del 1942-43

    Gruppo di militari italiani in partenza da Gomel per la Madre Patria a conclusione della campagna di Russia del 1942-43

  • Il politico Alcide De Gasperi (1881-1954) nel ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri con gli altri membri del governo, Palazzo del Quirinale, Roma

    Il politico Alcide De Gasperi (1881-1954) nel ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri con gli altri membri del governo, Palazzo del Quirinale, Roma

  • Antonio Segni, presidente della Repubblica Italiana, e Aldo Moro, presidente del Consiglio

    Antonio Segni, presidente della Repubblica Italiana, e Aldo Moro, presidente del Consiglio

  • Esposizione di elettrodomestici e di una Fiat 600, in occasione della campagna di abbonamenti alla Rai-TV del 1957 in Toscana

    Esposizione di elettrodomestici e di una Fiat 600, in occasione della campagna di abbonamenti alla Rai-TV del 1957 in Toscana

  • Marcia per la Pace nel Vietnam, Roma

    Marcia per la Pace nel Vietnam, Roma

  • Passanti osservano un quotidiano con la foto di Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse

    Passanti osservano un quotidiano con la foto di Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse

  • L'Onorevole Giulio Andreotti stringe la mano al Presidente del Consiglio Bettino Craxi nel corso di una seduta della Camera a Montecitorio. Alla sinistra di Craxi siede Arnaldo Forlani

    L'Onorevole Giulio Andreotti stringe la mano al Presidente del Consiglio Bettino Craxi nel corso di una seduta della Camera a Montecitorio. Alla sinistra di Craxi siede Arnaldo Forlani

  • Esponenti del "Governo Spadolini". Al centro dell'immagine è visibile il Presidente Sandro Pertini

    Esponenti del "Governo Spadolini". Al centro dell'immagine è visibile il Presidente Sandro Pertini

  • I magistrati Francesco Greco, Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini alla conferenza stampa del Pool Mani Pulite, Berna, Svizzera

    I magistrati Francesco Greco, Francesco Saverio Borrelli, Gherardo Colombo e Ilda Boccassini alla conferenza stampa del Pool Mani Pulite, Berna, Svizzera

  • L'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro mentre stringe la mano al neo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la formazione del governo del Polo delle Libertà in seguito ai risultati delle elezioni politiche del 28 marzo 1994

    L'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro mentre stringe la mano al neo Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dopo la formazione del governo del Polo delle Libertà in seguito a...

  • Scritte murali a favore del referendum del 2 giugno 1946

    Scritte murali a favore del referendum del 2 giugno 1946

  • Tumulti di Milano del 6-9 maggio 1898: il popolo in rivolta costruisce la grande barricata di Corso Garibaldi

    Tumulti di Milano del 6-9 maggio 1898: il popolo in rivolta costruisce la grande barricata di Corso Garibaldi

  • Paolo Barile e Carlo Azeglio Ciampi il giorno della fiducia al suo governo in Senato

    Paolo Barile e Carlo Azeglio Ciampi il giorno della fiducia al suo governo in Senato

  • Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la trasmissione in diretta televisiva del messaggio di fine anno agli italiani dal suo studio al Quirinale, 31 dicembre 2006

    Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la trasmissione in diretta televisiva del messaggio di fine anno agli italiani dal suo studio al Quirinale, 31 dicembre 2006

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Politica e Istituzioni

Che cosa significa per un Paese essere moderno? Probabilmente non esiste una risposta univoca che possa avere una validità universale. In generale si potrebbe dire che un Paese è moderno quando è in grado di allinearsi alle esperienze più avanzate presenti nella società internazionale e di rispondere positivamente alle sollecitazioni del cambiamento, proponendo, pur entro certi limiti, soluzioni originali che possano a loro volta servire da esempio per altri. Per l'Italia della metà dell'Ottocento, che da secoli non aveva più conosciuto l'unità politica e aveva partecipato alla storia europea in posizione assai spesso subalterna, essere moderna poteva significare la conquista dell'unità e dell'indipendenza attraverso la realizzazione – seppure tardiva – dello Stato-Nazione e, sotto questa forma, giocare un ruolo significativo nella politica internazionale. Questa modernità, tuttavia, era solo relativa. L'Italia post-unitaria era un paese per molti aspetti arretrato, segnato da profondi squilibri e dove la classe dirigente liberale e moderata era ristretta, per certi aspetti quasi assediata. La sconfitta del movimento democratico-mazziniano e la rottura con la Chiesa cattolica a causa della presa di Roma restringeva sostanzialmente l'“area della legittimità” e limitava le basi sociali dello stato. Di conseguenza, i liberali della Destra Storica cercarono di ovviare alla fragilità dell'Italia con una politica di raccoglimento, tesa alla trasposizione ed estensione degli ordinamenti del Regno di Sardegna al resto del paese. Col passare degli anni, però, tale atteggiamento prudente e misurato venne considerato sempre più inadatto a una nazione popolosa e relativamente estesa, che per di più stava conoscendo una prima fase di trasformazioni economiche che andavano a modificarne il volto sociale. Ancora una volta si riproponeva la sfida della modernità: come rendere più solido l'assetto politico-istituzionale a fronte dell'estraneità dei cattolici e all'emergere di un movimento sindacale e socialista? La risposta doveva essere quella della reazione e dell'esclusione oppure quella dell'inclusione attraverso un problematico passaggio dal parlamentarismo alla piena democrazia? Un po' tutte le risposte furono provate. I liberali della Sinistra Storica impostarono un programma di riforme che avrebbero dovuto favorire il progressivo allargamento delle basi dello Stato unitario, senza tuttavia poterlo davvero realizzare. Francesco Crispi rappresentò un tentativo di scorciatoia autoritaria verso la modernità, dove uno Stato forte ed efficiente avrebbe dovuto garantire l'efficacia dell'azione pubblica e la prosperità passando attraverso la repressione del movimento operaio e il restringimento delle libertà politiche. Giovanni Giolitti, infine, dopo che la peggiore crisi dell'assetto liberale post-unitario aveva liquidato il tentativo d'ispirazione crispina, tentò la strada della piena democraticizzazione, scontrandosi però con le accresciute disomogeneità del paese e soprattutto con una sostanziale mancanza d'interlocutori. Anche nella politica estera l'Italia scontò il contrasto fra realtà e aspirazioni. Poteva essa considerarsi una grande potenza europea? Era essa in grado di percorrere la strada del prestigio internazionale? L'adesione alla Triplice Alleanza andava sicuramente in questa direzione, ma l'esito disastroso del tardivo colonialismo italiano è già indicativo dei limiti oggettivi delle capacità del paese di giocare davvero il ruolo della grande potenza, senza però che ciò mettesse seriamente in discussione tale aspirazione. Ne derivò così una politica ambivalente e per certi tratti ambigua, volta a cogliere il maggior vantaggio possibile nel legarsi a paesi più forti e contemporaneamente tenendo aperta la possibilità di un cambiamento delle alleanze. Questo atteggiamento venne sublimato nella neutralità del 1914 e poi nell'ingresso nella Prima guerra mondiale, che, se segnò la definitiva liquidazione dell'esperimento giolittiano e fece da incubatrice per le pulsioni antidemocratiche e antiparlamentari, non risolse il problema dell'identità italiana nel sistema internazionale. A guerra finita, l'Italia si trovò a vivere il paradosso di essere una potenza vincitrice e allo stesso tempo profondamente insoddisfatta della pace, mentre falliva il passaggio al moderno parlamentarismo. Infatti, l'affermarsi dei moderni partiti di massa e la crisi definitiva dello stato liberale post-unitario fecero capo a una forte instabilità politica che, unita alle profonde tensioni degli anni del dopoguerra, pose le basi per l'affermazione del fascismo. Per alcuni aspetti specifici, come la gestione del consenso e la comunicazione politica, la dittatura fascista rappresentò per l'Italia un primo passaggio – sebbene in forma mediata e subalterna – alla moderna società di massa al prezzo del sacrificio della libertà politica. Il fascismo, tuttavia, nella sua realizzazione per gradi della dittatura, nel compromesso con altri centri del potere in Italia come la monarchia e la Chiesa cattolica e nel preteso rispetto formale delle norme costituzionali dello stato fu nel suo complesso un nuovo tentativo reazionario di risolvere le contraddizioni, e le frustrazioni, poste dalla modernità. L'esito finale di tale tentativo fu senz'altro catastrofico, poiché con la sconfitta militare e l'armistizio del 1943 l'Italia tornava almeno temporaneamente a perdere la propria indipendenza e la propria unità. Se è vero che la maggioranza della popolazione italiana non partecipò attivamente alla Resistenza, questa ebbe un'importanza fondamentale per la rinascita civile del paese. Nonostante le sue istanze più avanzate venissero presto accantonate, essa permise una stabile affermazione dei partiti di massa, garantendo finalmente quel vasto coinvolgimento popolare che finora era sostanzialmente mancato allo stato italiano. Inoltre, i partiti antifascisti, lavorando di concerto alla stesura della costituzione repubblicana e al negoziato per il trattato di pace, riuscirono ad attuare la transizione alla democrazia, mentre si ponevano le basi per la successiva trasformazione industriale e per la stabile collocazione dell'Italia nel sistema internazionale in chiave atlantica ed europea. L'emergere della guerra fredda ebbe però l'effetto d'ingessare la democrazia italiana, escludendo i partiti social-comunisti da una possibile alternanza al potere. Già Alcide De Gasperi comprese i pericoli insiti in questo stato di cose, in particolare quello di dover ricorrere all'appoggio di forze politiche reazionarie e neofasciste per garantire la tenuta dei governi a guida Democrazia Cristiana, senza riuscire a porvi rimedio. Si determinò così un nuovo e stridente contrasto fra un paese che, attraverso il boom industriale, attuava un passaggio dai tratti quasi anarchici alla società di massa e la sostanziale stagnazione del sistema politico-istituzionale. Quando dopo una lunga e complessa gestazione fu possibile allargare la maggioranza di governo ai socialisti con la formula del centro-sinistra, gli umori politici dei partiti e il mutamento della congiuntura economica impedirono la modernizzazione del paese mediante un ambizioso programma di riforme strutturali. Quest'occasione persa trova la sua nemesi nella contestazione del '68, che andò ad aprire un decennio oscuro segnato dalla crisi economica e da una pericolosa instabilità dell'assetto politico-istituzionale. L'inquietudine moderata a fronte della stessa contestazione, dei successi sindacali e della crescita del Partito comunista, insieme a scandali clamorosi e alla scia di sangue lasciata dal terrorismo sembrarono infatti mettere a rischio la tenuta democratica dell'Italia e spinsero i comunisti di Enrico Berlinguer ad appoggiare, pur rimanendone esclusi, l'azione dei governi a guida democristiana. Esaurita questa fase di emergenza, si tornò ad una riformulazione dell'alleanza di centro-sinistra che avrebbe caratterizzato tutti gli anni Ottanta, il pentapartito. Elemento dinamico del sistema era diventato il Partito socialista di Bettino Craxi che, fallita la strada dell'alternanza e della costituzione di un polo liberal-democratico alternativo alla Democrazia Cristiana e ai comunisti, s'inserì stabilmente nei gangli del potere, restandone però presto invischiato. Il logoramento di un sistema politico ormai definito “partitocratrico” a fronte di una corruzione pervasiva, degli scandali e dell'inefficienza generò una crescente insofferenza popolare che trovò uno sfogo nel fenomeno leghista, quasi completamente sottovalutato dai partiti al potere ormai avvitati in sempre più stanche riproposizioni del pentapartito. La fine della guerra fredda, che sostanzialmente garantiva l'unità politica dei cattolici e la democrazia della non alternanza, portò il sistema politico a uno stato di forte tensione: tangentopoli fu l'ultima goccia e il sistema si disintegrò con impressionate rapidità, proprio mentre il paese si trovava a dover affrontare gravi difficoltà di finanza pubblica e l'offensiva stragista della criminalità mafiosa. La “Seconda Repubblica” nacque in un'atmosfera di caotico quanto ingiustificato ottimismo. Il sistema elettorale maggioritario avrebbe dovuto garantire una stabile democrazia dell'alternanza, ma già le elezioni del 1994 segnavano piuttosto l'inizio di un'inarrestabile processo di frammentazione partitica. Sostanzialmente la transizione non si è mai compiuta, dando luogo a due schieramenti politici di difficile definizione identitaria e mutevole composizione, mentre sempre più il sistema politico sembra fare perno sulle vicende di Silvio Berlusconi, al prezzo di un'inedita rissosità istituzionale e di un'azione di governo sempre più affannosa.

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    Per quanto enorme, lo scandalo di Tangentopoli non determinò da solo la crisi della “Prima Repubblica” e la dissoluzione del sistema partitocratico. Vari altri fattori concorser... >>

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